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ALBERTAZZI LEGGE IL ROMANZO DI OLIVIERO BEHA
PRESENTATO A ROMA 'SONO STATO IO'
(ANSA) - ROMA, 22 MAR - Ha avuto un lettore di eccezione
il nuovo libro di Oliviero Beha dal titolo 'Sono stato io'
(Marco Tropea Editore), presentato oggi al Teatro Argentina
di Roma.
Giorgio Albertazzi ne ha letti alcuni brani insieme all'autore,
giornalista noto, polemista apprezzato, difensore di consumatori
e degli utenti della pubblica amministrazione in note trasmissioni
radiofoniche.
Albertazzi e Beha erano sul palcoscenico in mezzo ad una
dozzina di rappresentanti di associazioni ecologiste e libertarie
(dal Wwf a 'Nessuno tocchi Caino') i quali sono intervenuti,
ognuno sulla loro materia, ispirati dalla lettura dello
stesso libro.
Libro che non e' chiaro se sia un romanzo in forma di saggio,
o un saggio in forma di romanzo. Certo, come ha notato Albertazzi,
sono pagine dense di polemica e intessute di ironia.
In un'Italia iper-contemporanea, tanto caricaturale da sembrare
vera, nel libro si aggira una strana figura di giornalista
in crisi. In crisi esistenziale, per l'eta' matura; in crisi
professionale, per la quasi impossibilita' di svolgere il
proprio lavoro, senza servire un padrone; in crisi politica,
stretto come e' - e con lui tutto il paese - ''nel referendum
quotidiano pro o contro Berlusconi''.
Ad un certo punto, la svolta. Un amico mi da' il consiglio
giusto, compiere un'azione eclatante, che serva da sfogo
a lui e alla nazione, un attentato.
Da li' in poi il libro tra realismo e iper-realismo si avvia
verso una conclusione a sorpresa.
Nella sostanza 'Sono stato io' e' stato definito ''una ricognizione
tra le macerie, soprattutto culturali, di un paese che sta
rapidamente regredendo, e che sembra aver smarrito il senso
del futuro''.
Materia polemica, ironia, autobiografismo e cronaca si fondono
in quello che Albertazzi ha apprezzato come un ''romanzo
di grande livello, pieno di ironia nascosta''. (ANSA).
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BERLUSCONI: BEHA, UNA FURBATA IL TITOLO DEL LIBRO DI CARUSO.
L'AUTORE DI 'SONO STATO IO' INTERVIENE SU POLEMICHE E RICHIESTE
RITIRO
Roma,
16 mar. - (Adnkronos)
''E' una furbata o, peggio, un errore intitolare quel libro
'Chi ha ucciso Silvio Berlusconi'''. A parlare cosi' del
libro di Giuseppe Caruso (il fantathriller a sfondo sociale
che finisce con l'uccisione del premier per mano di un neolaureato
precario) e' Oliviero Beha, che nell'autunno scorso ha pubblicato
con Marco Tropea Editore il volume ''Sono stato io'', in
cui pure si tratta il tema del ''Silvicidio'' -come lo definisce
l'autore- ma ''in maniera metaforica''.
Ieri il capogruppo
di Forza Italia al Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha
chiesto il ritiro del libro di Caruso, preoccupato che possa
ispirare qualche ''mente malata'' ad imitare il protagonista
del romanzo che finisce per sparare al presidente del Consiglio.
''Io -dice Beha- non ho avuto problemi e nessuna richiesta
di ritiro ma mi sono premurato di non mettere Berlusconi
nel titolo e di precisare piu' volte che il 'Silvicidio'
era metaforico. Io l'ho paragonato al parricidio da cui
nasce il complesso di Edipo. E poi il mio Silvio muore colpito
alla schiena da una torta, anche questa una metafora. E
non per uno sparo...''.
''Tutto il mio
libro era retto da una domanda: basta 'eliminare' Berlusconi
per guarire questo Paese? E la risposta era 'no'. I problemi
di questo Paese non si esauriscono con Berlusconi'', aggiunge
Beha.
Per il giornalista,
''si può parlare di Berlusconi, e smontarlo completamente,
in maniera metaforica'': ''Ma parlare di un attentato a
Berlusconi in termini cronacistici -prosegue- tiene basso
il livello della questione e non serve a nessuno. Ne' a
Berlusconi, se non a vittimizzarsi, ne' ai 'Silvicidi'.
Insomma intitolare il libro 'Chi ha ucciso Berlusconi' mi
pare solo un modo per farsi facile pubblicita'. E in ogni
caso, meglio che Edipo ammazzi il padre piuttosto che uno
tiri il treppiedi a Berlusconi...'', conclude il giornalista.
IL BERLUSCONISMO E' UN'ABITUDINE
da l'Unità del 6 marzo
2005
di Nicola Tranfaglia
Non è facile scrivere un romanzo sull’Italia
di oggi. La crisi culturale e politica (per non parlare
di quella economica) produce negli italiani che non hanno
ceduto la propria coscienza all’ammasso di qualche
sogno più o meno improbabile uno stato d’animo
di incertezza, di timore o di disperazione di fronte a un
paese che sembra aver smarrito il senso del suo percorso
verso il futuro.
C’è poi la difficoltà che molti narratori
trovano tra le vicende individuali e il senso della comunità
nazionale. Più di una volta quelle vicende sembrano
sospese nel nulla, in un mondo immobile e staccato dal presente.
Oppure irreali di fronte alla pur grande corposità
del destino individuale. Sicché si incrociano in
tanti romanzi i racconti di un caso e le sue connessioni
con il paese in cui hanno luogo. Sarà un effetto
della contemporaneità immersa nel pianeta e non più
racchiudibile all’interno dello stato nazionale.
Anche Oliviero Beha che ha voluto dedicare all’Italia
del 2003 una lunga narrazione (SONO STATO IO da Tropea editore),
fatta di dialoghi e di sprazzi autobiografici assai trasparenti,
si è trovato di fronte a un simile problema ma lo
ha risolto a modo suo mescolando il carattere del saggio
a quello del romanzo e coinvolgendo i suoi lettori in una
sorta di conversazione a più voci, fluida e brillante,
che conduce chi legge in una specie di analisi del presente
fitta di nomi e di riferimenti sistemata all’interno
di una trama che dovrebbe concludersi con un immaginario
tirannicidio.
La storia,
è quella di un giornalista che non riesce a trovare
un equilibrio nella sua professione di fronte alla caratteristiche
della comunicazione e dell’informazione del ventunesimo
secolo: riletta di fronte ai telegiornali e ai quotidiani
che parlano di una tessera e non la collegano mai al mosaico
di cui fa parte, alla sostituzione di idee e di fatti con
quella che definisce “una bieca personalizzazione”,
alla necessità cogente per chi sta nel mondo dei
media di prender partito in maniera militare, senza possibilità
di una minima autonomia, costellata di un precariato eterno
che stronca i più giovani e li conduce all’assunzione
quando ormai sono senza più stimoli e senza più
speranze.
Il giornalista
protagonista del romanzo ha dovuto rendersi conto ormai
e ha proprie spese che la professione che ha scelto da giovane
non riesce a mantenere nel nostro paese le caratteristiche
che ne ha fatto la grandezza nei tempi della democrazia
liberale: l’autonomia, sia pure relativa, dalla politica
e dall’economia, il contatto diretto con i cittadini,
la funzione pedagogica sul piano culturale e così
via. E si chiede fino a che punto tutto questo dipenda dal
particolare momento politico che attraversa il paese dopo
l’avvento al potere di un leader, più o meno
carismatico, che porta nel suo governo un pesante conflitto
di interessi e una concezione aziendalistica delle istituzioni
che si basa sul denaro, sul successo immediato, sulle costellazioni
spesso non trasparenti degli amici e dei clan che lo sostengono.
La sua risposta è complicata perché l’autore
vede con chiarezza quelle degenerazioni della vita politica
e sociale che si collegano al passato e che premono sul
presente. Ma, accanto ad esse ci sono le conseguenze della
svolta che è avvenuta tre anni fa e che ostacolano
in maniera determinante l’uscita dal passato meno
accettabile che sembra ad ogni passo riemergere. La società
dei consumi giunta all’esasperazione per cui siamo
il terzo paese al mondo nella diffusione dei telefoni cellulari
ma uno degli ultimi nella spesa per la ricerca scientifica.
Le forze al potere parlano in continuazione della civiltà
liberale ma si oppongono con tutti i mezzi a un’effettiva
libertà di concorrenza e, quando fanno le privatizzazioni,
favoriscono in maniera smaccata i monopoli e gli oligopoli
dei loro amici. E ancora la distruzione di qualsiasi forma
di morale collettiva in nome del dio televisivo, del consenso
effimero, del successo individuale perseguito con ogni mezzo
lecito oppure no. E i frequenti ritorni all’indietro
propiziati dalle istituzioni tradizionali della società
italiana, come i vertici attuali della Chiesa cattolica.
E ancora una società schizofrenica che vede parole
e comportamenti effettivi che fanno a pugni tra loro, una
vernice esterna che copre grandi contraddizioni, una perdita
progressiva di senso da parte degli individui come dei gruppi
sociali, insomma una crisi morale e culturale di un paese
che pure ha conosciuto in passato momenti importanti di
riscossa e di mobilitazione delle coscienze.
Alla fine
il narratore si chiede che cosa è il regime affermatosi
in Italia con le elezioni del 2001 e si da una risposta
problematica ma non priva di chiarezza. “Che altro
– scrive in una delle ultime pagine riportando un
giudizio del protagonista-narratore – era il berlusconismo
se non un’abitudine e una rinuncia insieme, un’abitudine
comprata al mercato solo con discorsi o similia, e una rinuncia
alla dialettica comunque dolorosa e dolorante tra ciò
che si mantiene e ciò che si cambia al mondo, per
l’individuo e la collettività?”. Insomma
una sorta di etereo e immobile presente televisivo, un tentativo
di fermare il tempo?
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PADOVA - venerdì
14 gennaio 2005
OLIVIERO BEHA
ha presentato il suo ultimo libro "Sono stato io",
il primo romanzo che riflette sui mali dell’Italia
in generale e dell’informazione in particolare: «È
un libro che nasce dal mio disagio personale per questo
la prosa non poteva essere leggera come, chessò,
quella di Bruno Vespa.
A Vespa questo è un paese che va bene così
perché ci ha costruito sopra la propria fortuna.
Io, invece, sono preoccupato per i miei figli». Su
Vespa e sulla sua trasmissione "Porta a Porta",
Beha torna spesso: «Lui e Costanzo sono le componenti
che hanno ridotto così questo paese». Svela
un retroscena inquietante: «Oreste Lionello - insiste
Beha – aveva fatto una battuta sul libro di Vespa
a "Porta a Porta". Gli aveva proposto di cambiare
il titolo: anziché da Mussolini e Berlusconi da Mussoloni
a Berluschini. Ebbene: è stata tagliata».
E dell’altro guru della televisione italiana, Maurizio
Costanzo, dice che è «quello che sarebbe diventato
Totò Riina se avesse studiato». Dopo una pausa
precisa: «C’era da aspettarsi una querela no?
Ma da Costanzo; invece l’ho ricevuta da Riina».
Il clima che Beha descrive nel suo libro è pesante.
Beha chiarisce:
«Il problema dell’autonomia e dell’indipendenza
dei giornalisti c’è sempre stato – puntualizza
- però negli ultimi anni le cose sono peggiorate.
Sono peggiorate alla velocità del suono».
A
Beha non piace un paese nel quale «l’autocensura
si espande». Nel quale «o si è con Berlusconi
o si è contro». Nel quale «l’informazione
fine a se stessa si è dissolta». Ma, soprattutto,
nel quale «i giornalisti usano ciò che vedono
solo se serve a qualcun altro». L’informazione
è cambiata: «Non è più un giornalismo
di servizio - confessa - ma di prodotto».
“Oggi, per instaurare un regime, non c’è
più bisogno di una marcia su Roma né di un
incendio del Reichstag, né di un golpe sul palazzo
d’Inverno. Bastano i cosiddetti mezzi di omunicazione
di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione”
(Indro Montanelli)
PADOVA, 14 GENNAIO 2005, ORE 20.30,
SALA FORNACE CAROTTA
L'ITALIA DEI VALORI DELLA PROVINCIA DI PADOVA organizza
unINCONTRO/DIBATTITO CON:
GIULIETTO CHIESA, MARCO TRAVAGLIO, PETER GOMEZ, OLIVIERO
BEHA E GIANFRANCO MASCIA
sul tema: CENSURA E CONDONI: VALORI DI LIBERTA?
Presiede:
Armando DELLA BELLA, segretario provinciale IdV; moderatori:
Angelo MORINI e Sandro BIANDA, giornalisti; interviene:
Flavio ZANONATO, Sindaco di Padova
VENERDI' 14 GENNAIO 2005 ORE 20.30 presso la sala comunale
FORNACE CAROTTA di PADOVA in via Siracusa - zona Sacra Famiglia.
Inoltre MARCO TRAVAGLIO e PETER GOMEZ presenteranno "REGIME"
il libro che ricostruisce i più clamorosi casi di
censura televisiva degli ultimi due anni. Documenti inediti
e interviste ai protagonisti forniscono il quadro dell'informazione
giornalistica in Italia, a partire dall'occupazione della
RAI da parte degli uomini Mediaset, fino al caso Biagi.
Michele Santoro, la squadra dei giornalisti di "Sciuscià",
Daniele Luttazzi, Massimo Fini, Freccero, Sabina Guzzanti,
Enrico Deaglio, Paolo Rossi, Paolo Bonolis, Giovanni Minoli:
storie di censure e bugie nell’Italia di Berlusconi.
Postfazione di Beppe Grillo.
www.italiadeivalori-padova.it
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QUATTRO CHIACCHIERE
CON OLIVIERO BEHA
Da
Letture - a cura di Daniele
Piccini
del 18/12/2004
Uno dei mali del Paese, cronico e pare inestirbale, è
la continua partigianeria delle fazioni politiche e persino
culturali: il ‘giochino’ della Destra e della
Sinistra che, invece di aiutare a capire, ottunde e allontana
la comprensione della sostanza delle cose. Sarà per
questo che la lettura del romanzo-pamphlet di Oliviero Beha,
Sono stato io (Tropea, pp. 224, euro 14,00), autobiografico
al massimo nel documentare il malessere di un giornalista
che fa i conti con il disastro e la regressione morale e
culturale del Paese, cade così opportuna. Beha, classe
1949, ha fatto sempre il rompiscatole, con la Sinistra e
con la Destra.
Allontanato da “Repubblica” dopo il suo reportage
sulla sospetta combine per Italia-Camerun del Mundial 1982,
sempre ostacolato in RAI, si trova oggi in causa con viale
Mazzini, che pare non abbia intenzione di farlo lavorare
e ha chiuso, tra l’altro, il programma radiofonico
che da qualche stagione conduceva. Temporaneamente oscurato,
Beha ha scritto un libro in cui immagina di diventare, sulla
spinta di un amico-saggio, un «berluschicida»
(simbolico va da sé) per liberare il Paese dalla
sua ultima ossessione…
Beha, è possibile oggi un giornalismo che non serva
partiti e opinioni costituite ma cerchi la realtà?
Il suo libro, sorta di pamphlet di controinformazione, sembra
piuttosto scettico sul punto.
Direi che a livelli alti è quasi impossibile,
più praticabile forse, ma molto difficile, a livelli
inferiori. Del resto anche i libri cozzano contro lo stesso
tipo di resistenza del sistema: un meccanismo malato, che
si autoriproduce e genera malattia.
Nel libro, dove pure si immagina un gesto simbolico
contro di lui, si lascia intendere che Berlusconi non è
il solo responsabile di un simile stato di cose…
Berlusconi le ha dato una bella spinta, ma l’Italia
era già sull’orlo del precipizio. Un Paese
che regredisce alla velocità del suono ha trovato
in Berlusconi il suo eponimo. Lui è un problema temporaneo.
Ma se l’Italia mutua i suoi stilemi, i suoi comportamenti,
il modo superficiale di intendere le cose, allora anche
dopo Berlusconi il Paese difficilmente avrà un futuro.
È un problema di antropologia culturale.
Come si può frenare secondo lei questa regressione?
Bisogna lavorare sullo stato di consapevolezza del Paese.
Se non ci si convince, ad esempio, che anche il berlusconismo
di D’Alema è un problema, allora avanziamo
sulla via del precipizio. Sempre più gente dovrebbe
rendersi conto che è lo stile di vita che va cambiato.
La politica dovrebbe avvertire la pressione dell’opinione
pubblica. Un possibilità è lavorare sul territorio,
come io sto facendo per far conoscere il libro: porta a
porta, ma in un altro senso…
L’atmosfera che lei descrive è opprimente.
Eppure nel libro è testimoniato anche un istinto
vitale, una spinta volitiva. Che cosa le dà energia
per questa sorta di lotta che lei inscena?
Probabilmente è un fatto solo biologico.
Sono un animale resistente. E poi, a volte ho l’impressione
che soffrendo di egocentrismo, si possa cercare una via
di uscita da esso mettendosi al servizio degli altri. Forse
si tratta di questo. E forse in me, a proposito di vitalismo,
c’è una specie di paganesimo aggiornato.
Progetti per tornare in tivù?
Da anni ho in mente un format per la prima serata in cui,
provocatoriamente, mettere in vendita pezzi d’Italia:
un’asta delle cose pubbliche… E poi da tanto
vorrei rifare il viaggio in Italia di Mario Soldati. Ma
in RAI non ho trovato e non trovo interlocutori su queste
idee.
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BEHA: «povera
Italia»
L'Adige del 7/12/04
- di Mattia Eccheli
Il giornalista «scomodo»
presenta il suo romanzo sullo sfondo un Paese sfasciato
e senza speranze
«L'informazione è la causa e l’effetto
del precipizio in cui è caduto il Paese». Oliviero
Beha, ormai uno dei tanti "zorro" senza cavallo
e senza spada del giornalismo italiano (Santoro, Mentana,
Biagi…), la pensa così. Su invito dell’Ordine
regionale di giornalisti, a Trento presenta il suo libro
("Sono stato io", Tropea Editore), il primo romanzo,
e riflette sui mali dell’Italia in generale e dell’informazione
in particolare: «È un libro che nasce dal mio
disagio personale - ammette davanti ad un pubblico attento
e numeroso riunito nella Sala Falconetto - per questo la
prosa non poteva essere leggera come, chessò, quella
di Bruno Vespa. A Vespa questo è un paese che va
bene così perché ci ha costruito sopra la
propria fortuna. Io, invece, sono preoccupato per i miei
figli».
Su Vespa e sulla sua trasmissione "Porta a Porta",
Beha torna spesso: «Lui e Costanzo sono le componenti
che hanno ridotto così questo paese». Svela
un retroscena inquietante: «Oreste Lionello - insiste
Beha – aveva fatto una battuta sul libro di Vespa
a "Porta a Porta". Gli aveva proposto di cambiare
il titolo: anziché da Mussolini e Berlusconi da Mussoloni
a Berluschini. Ebbene: è stata tagliata».
E dell’altro guru della televisione italiana, Maurizio
Costanzo, dice che è «quello che sarebbe diventato
Totò Riina se avesse studiato». Dopo una pausa
precisa: «C’era da aspettarsi una querela no?
Ma da Costanzo; invece l’ho ricevuta da Riina».
Non si capisce se scherza, ma non conta: il clima che Beha
descrive nel suo libro è pesante. «È
un libro duro - assicura il moderatore Toni Visentini, caporedattore
regionale dell’Ansa - che dice cose antipatiche: sui
giornalisti, sulla politica, sull’Italia ».
Se ne ricava l’immagine di un paese «senza spina
dorsale e sfibrato» rincara Visentini. Beha non smentisce
ma chiarisce: «Il problema dell’autonomia e
dell’indipendenza dei giornalisti c’è
sempre stato – puntualizza - però negli ultimi
anni le cose sono peggiorate. Sono peggiorate alla velocità
del suono».
A Beha non piace un paese nel quale «l’autocensura
si espande». Nel quale «o si è con Berlusconi
o si è contro». Nel quale «l’informazione
fine a se stessa si è dissolta». Ma, soprattutto,
nel quale «i giornalisti usano ciò che vedono
solo se serve a qualcun altro».
L’informazione è cambiata: «Non è
più un giornalismo di servizio - confessa - ma di
prodotto».
Fabrizio Franchi, presidente dell’Ordine regionale
dei giornalisti, spiega di come proprio nel momento in cui
gli editori stanno facendo enormi utili, i giornalisti hanno
uno stipendio d’ingresso da 600 euro al mese: «Chiunque
- taglia corto sarcastico - anche un presidente di circoscrizione,
li potrebbe comprare». Il problema non sono le 6 televisioni
di Berlusconi («direi le stesse cose se le avesse
qualcun altro»): «Il livello di eticità
del paese si è abbassato. C’è stata
una degenerazione non solo a livello politico, ma dei valori»
ammonisce Beha. «La meritocrazia è ormai un
termine esotico» ironizza. «Perché in
questa Italia - argomenta – nessuna fa più
ciò che sa fare. In televisione chiedono solo di
occupare un posto». Posti che, peraltro, vengono assegnati
per "partenogenesi", una sorta di nepotismo diffuso:
«Ma che messaggio arriva alla gente? Che garanzia
mi dà?» osserva Beha. Viene in mente la frase
del film Insider: «La stampa è libera per chi
la possiede».
Il docente e sociologo Piergiorgio Rauzi interviene nel
dibattito e sintetizza brutalmente ma con efficacia: «Oggi
il successo legittima il percorso compiuto per ottenerlo».
Il rischio, infatti, è che venga premiato non tanto
chi indaga quanto chi rende dei servigi…
«L’attuale natura pubblicitaria del giornalismo
è quanto di peggio ci possa essere» commenta
Beha.
In un paese tramortito da enormi flussi di comunicazione,
affascinato da finti eroi, ammaliato dal successo dell’effimero,
Beha intravede problemi non soltanto economici: «Non
si tratta di soldi - continua – perché nonostante
tutto stiamo ancora bene. Il male è dentro: non c’è
attenzione ai valori, alla solidarietà, al futuro
e si avvertono lontani anche i problemi del pianeta».
Beha parla di "gusci", di contenitori di slogan
più che portatori di idee. Il dilemma è trasversale:
«Per questo centro, destra e sinistra si confondono».
A giudizio dell’ormai ex conduttore di "Radio
a colori" (c’è un contenzioso aperto con
la Rai per il programma) si è inaridito il "territorio
prepolitico", cioè quel passaggio di crescita,
di maturazione personale che arriva prima del convincimento
politico: «L’appartenenza non può essere
di tipo calcistico» dice citando uno stupito De Gregari
che si chiedeva come si potesse interrogarlo con le stesse
domande se fosse di sinistra o se tifasse Roma.
Per il presidente della Provincia Lorenzo Dellai quello
di Beha «è il libro di una persona libera»;
ma il presidente non si sbilancia troppo sul panorama dell’informazione,
salvo ammettere i rapporti non idilliaci con i media locali
e scappare subito a Tca per il dibattito a "Filo diretto"
con 4 giornalisti. «Il polso periferico – assicura
Beha a proposito dei media – è molto più
positivo e beneaugurate». Ma l’Italia, secondo
Beha, è oppressa «dal complesso di Edipo berlusconiano
che ottura e ottunde i sensi. Ma basterà eliminarlo
per risolvere i problemi?» si chiede.
La risposta è no: Beha, che nel suo romanzo fa ammazzare
Berlusconi, ne è certo. Ma è necessario che
la gente continui (o ricominci?) a indignarsi.
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“Sono stato io”, romanzo che è
anche diario e saggio
Beha
fa a pezzi l’informazione che non informa
L’Italia stritolata tra
leader e lacché ritratta dal giornalista scomodo
per eccellenza
da Libero del 17/11/2004
di Andrea Scaglia
“Condannato dalla natura a un forte senso critico”.
Una frase che è un destino. Una condanna, appunto.
Soprattutto per chi, dovendo per mestiere raccontare il
mondo e la vita, non si rassegna a farlo inchinandosi ai
voleri del padrone di turno. Rifiutando il copione della
“recita collettiva” che pare ormai accettato
dalla compagnia cantante, giornalisti compresi (io sto di
qua, tu di là, ma all’occorrenza i ruoli si
possono invertire, dipende dalla convenienza). E proprio
di amara disillusione – che a volte si stempera nell’ironia,
unica possibilità di sopravvivenza – è
pervaso “Sono stato io” (Marco Tropea editore,
pp. 223, 14 euro), primo romanzo di Oliviero Beha. Lui,
il “giornalista Zorro”, lo scomodo ficcanaso
diventato famoso per le inchieste sui troppi disservizi
del nostro Paese, oggi assente da radio e tv per quello
che pare essere una sorta di ostracismo mediatico. Ma questa
è un’altra storia. Anzi no, forse è
la stessa.
Difficile etichettare l’opera di Beha. Romanzo, certo.
Ma anche diario, autobiografia. E saggio politico e di costume.
“Fatti e personaggi sono di fantasia, naturalmente
realistica” avverte sardonico l’autore. E dunque
il protagonista, “strana figura di giornalista in
crisi”, volge il disincantato sguardo al suo mondo
(e all’età che avanza, e alle responsabilità
di padre), ai suoi colleghi, agli amici veri o presunti.
In “ricognizione tra le macerie soprattutto culturali
di un Paese che sta regredendo”.
E ci sono tutti, in questa specie di seduta psicanalitica
sull’Italia attuale: c’è Berlusconi e
il continuo referendum pro o contro di lui, ci sono D’Alema
e Prodi, e poi la Rai (la “Vecchia Fornace”)
e Mediaset, il Corriere e Repubblica. E lo strapotere della
pubblicità (“un miraggio che tanto funziona
quanto più è desertificato lo scenario”).
E il denaro misura di ogni cosa (“che trasforma ogni
centimetro quadro della nostra vita, anima e corpo, in un
mercato”). Di contro, i viaggi in treno, gli incontri
con le persone in carne e ossa, finalmente fonte di informazioni
e notizie vere, reali. Anche se spesso non funzionali a
questa o quella strumentalizzazione. Ma lui non si rassegna.
E si ostina a mettere insieme le tessere, guardato con sospetto
e a volte con affettuoso compatimento, per ricostruire il
mosaico completo. E smascherare la fandonia dell’informazione
corretta che corretta molto spesso non è (“non
si capisce quasi nulla di quasi niente, salvo illudersi
senza convinzione reale di sapere tutto o molto di quella
tesserina…”).
Ma c’è possibilità di riscatto? Magari
con un gesto estremo, in grado di far saltare il tavolo
e, contemporaneamente, guarire dal senso di colpa che attanaglia
lo stesso protagonista. La soluzione drammaturgicamente
perfetta è il “regicidio”. Che, nell’Italia
di oggi, non può che essere un “silvicidio”,
un attentato (simbolico) a Berlusconi. Con la trama ci fermiamo
qui, svelare di più sarebbe uno sgarbo al lettore.
Di certo, il libro di Beha squaderna impietosamente le contraddizioni
di un Paese, come sottolinea la controcopertina, “schiacciato
dal suo passato e alla ricerca affannosa di una strada”.
Eppure, arrivati al termine, non è lo scoramento
il sentimento che rimane. Perché, ogni tanto, uscire
dall’apnea quotidiana e fare due conti con il quadro
generale è utile. Serve a capire meglio il tutto.
E, perché no, anche a sentirsi meno soli.
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Ricordi
(amari) di un giornalista
Oliviero Beha allo
specchio.
In Sono stato io ripercorre la sua vita professionale.
E denuncia il vuoto culturale in cui sprofonda l’Italia
da L'Indipendente del 13/11/2004
di Nico Forletta
Non si crede mai quello che si crede. L’ultimo
libro di Oliviero Beha, Sono stato io (Marco Tropea editore),
è tutto in questa “epigrafe di ora e di sempre
sulla comunicazione con se stessi e con gli altri”.
“Non si può mai aderire del tutto a un’idea
[…] E soprattutto puoi non sapere tu stesso quanto
aderisci, quanto credi quello che credi”.
A 55 anni il giornalista Beha mette nero su bianco il suo
male di vivere in un romanzo che non è un romanzo,
e neppure un saggio. Le 222 pagine potrebbero essere definite
una sintesi del suo diario esistenziale. E la sintesi della
sintesi è a pagina 214. Dove l’autore si ritrova
a confronto (l’ennesimo) con l’amico Gigi, la
sua coscienza. E si fa ricordare che in Italia “è
tutto politicizzato, nel senso del mercato e sottomercato
della politica, figurati nel tuo lavoro. Sei già
un miracolo di sopravvivenza umana, senza dover niente a
nessuno, casomai il contrario. Certe volte mi domando se
ci fai o ci sei, nella tua ingenuità”. Il giornalista
non ha ancora metabolizzato l’essenza del suo mestiere.
C’è sempre un padrone a cui rendere conto.
Le notizie pubblicate sono e saranno sempre frutto di compromesso.
E nella società dei cortigiani (che per Beha è
quella attuale, ma che a occhio e croce è quella
di sempre) a uno spirito libero la cosa qualche fastidio
lo procura. Eccome.
Nel suo racconto in terza persona Beha ripercorre, amaro,
buona parte della sua vita professionale. Dall’esordio
nella carta stampata alle trasmissioni radiofoniche, cosiddette
“di servizio”, sulla Rai. La più famosa
è stata “Radio Zorro”. Una via crucis
di inchieste pensate e mai andate in onda causa pressioni
varie. Fa ricordare a Zorro, il suo alter ego protagonista
di Sono stato io: “Quasi vent’anni fa, un signore
[…] disse più o meno testualmente: i giornalisti
prima di parlare di libertà di stampa dovrebbero
tirarsi su i pantaloni […] E come è andata
a finire? Che i pantaloni sono sempre più giù,
e anche le gonne, e invece hanno fatto tutti, o quasi, incetta
di elmetti… ma sì, per “scendere in campo”
dietro o davanti a Berlusconi, Prodi, D’Alema”.
Allegria.
Beha/Zorro va in crisi profonda, fino a quando l’amico
Gigi gli consiglia: “Devi uccidere Berlusconi”.
Un attentato che serva da sfogo a lui e a tutta la nazione.
Lui ci pensa e si avvicina al momento fatale passando in
rassegna tutti i muri contro cui è andato a sbattere.
Come quello che gli si parò contro nel 1982, dopo
la vittoria della nazionale italiana ai Mondiali di calcio
in Spagna. Beha/Zorro disse di avere raccolto prove inconfutabili
sul fatto che l’Italia si fosse comprata la partita
con il Camerun. Quell’estate lavorava a Repubblica
e il suo direttore, il “Venerabile Eugenio”
(Scalfari) era in barca con i capi del calcio.
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L’Italia deve liberarsi del “fattore B.”
INTERVISTA A OLIVIERO BEHA
di Carlo Ruggiero
da WWW.RASSEGNA.IT
Drammaturgo, poeta, calciofilo appassionato e giornalista,
soprattutto giornalista, Oliviero Beha è un personaggio
assai versatile e fino a qualche tempo fa piuttosto noto
al grande pubblico. Anche a quello televisivo. Oggi, invece,
appare vittima di un ostracismo mediatico che lo ha definitivamente
allontanato dal piccolo schermo e, per ora, anche dalle
frequenze di Radio-Rai. Seguire le sue tracce risulta francamente
difficile, se non tra le (poche) righe di cronaca giudiziaria
che lo vedono protagonista della battaglia legale per il
suo reintegro in qualità di vicedirettore di Rai
Sport.
Da poco più di un mese, però, è possibile
scovare il suo nome anche tra gli scaffali delle librerie
italiane riservati alla narrativa, grazie al suo primo romanzo:
Sono stato io (Marco Troepa editore, pp. 223, 14 Euro).
A dire il vero, definire Sono stato io solamente un romanzo
sarebbe riduttivo. Si tratta, in realtà, di un testo
che mescola con maestria i generi: un po’ romanzo,
un po’ saggio, un po’ diario, un po’ inchiesta.
O meglio, si tratta di una lucida ed impietosa ricognizione
tra le macerie culturali del nostro Paese, messa in atto
con ogni freccia che un giornalista del suo calibro conserva
al suo arco. Già, perché Beha il vizio di
raccontarci quello che gli passa sotto gli occhi non lo
ha di certo perso. E così, tra pezzi da novanta e
personaggi di fantasia, tra ricordi e speranze, tra riflessioni
e notizie di prima mano, disegna con tratto deciso i contorni
di quel Giano bifronte che è diventato (o forse è
sempre stato) il sistema tele-politico italiano. Per reagire
il protagonista del romanzo progetta addirittura il “silvicidio”:
l’assassinio simbolico del presidente Berlusconi.
Oliviero Beha ci accoglie nella palazzina G-1 di Saxa Rubra,
quella che ospita Rai Sport. Insomma, proprio nelle viscere
di quella che nel suo libro chiama la “Vecchia fornace”,
l’ormai cinquantenne Mamma Rai.
Beha, che cosa sta succedendo a Rai Sport? Che
fine ha fatto la sua trasmissione radiofonica “Radioacolori”?
Semplicemente mi hanno chiuso tutto, in quanto
scomodo. Per loro esisto fisicamente, ma non devo esistere
professionalmente. Ho vinto anche una causa, però
per il momento lo status è che non applicano la sentenza
del giudice. Io di più non posso fare, non li posso
mica obbligare.
Sono stato io è il suo primo esperimento
narrativo, ma contiene abbondanti ed urgenti porzioni di
realtà sociale e privata. Cos’è, un
romanzo? Un saggio? Un diario?
Queste tre cose senz’altro. Ma anche qualcos’altro,
magari una seduta psicanalitica collettiva Insomma, devo
dire la verità, non mi sono posto il problema del
genere. Forse quello che in un certo senso comprende un
po’ tutto è romanzo, perché la struttura
è narrativa o piuttosto narrativa. Ma è anche
un saggio, perché i contenuti sono saggistici. Ed
è anche un diario, perché racconto cose che
mi sono successe. Come scrivo nell’avvertenza, molte
cose sono vere, molte cose potevano essere e non sono state,
ma comunque partono dalla realtà e alcune partono
dalla mia realtà personale. Dovendo parlare dell’Italia
di oggi mi sembrava logico partire dal mio punto di vista,
dal punto di osservazione di una cosa che conoscevo bene
come il giornalismo, la categoria a cui appartengo. Se avessi
fatto il dentista, forse avrei raccontato una storia a partire
da uno studio dentistico. E poi il fatto che sia una seduta
psicanalitica collettiva diventa drammaticamente evidente
quando si comincia a parlare di uccidere simbolicamente
Berlusconi, come in un gigantesco complesso di Edipo.
Una seduta psicanalitica in cui però si
fanno nomi e cognomi. E’ un tentativo di mettere un
po’ di ordine, di fare il punto sulla situazione in
cui ci troviamo?
La risposta è sì: mettere ordine
con nomi e cognomi laddove fossero stati necessari. Mi sono
regolato sullo stato di necessità. Per capire, e
per capire che si parla proprio di questa Italia e non di
un’altra, ci volevano dei nomi. A partire da Berlusconi,
e poi altri a scalare. Quelli li ho messi. Laddove invece
i nomi non erano necessari a capire ho creato dei personaggi,
in parte veri in parte no, che potessero rendere l’idea
del palcoscenico Italia.
Il protagonista è un giornalista in crisi
umana e professionale. Sono stato io è anche un’analisi
delle condizioni in cui si svolge oggi la professione giornalistica.
Cosa sta succedendo al suo mestiere?
Sta succedendo che non si può più
fare, a quanto pare, questo mestiere. O perlomeno lo si
può fare soltanto pagando dei prezzi che secondo
me è intollerabile pagare. E’ una professione
che ormai funge come promozione pubblicitaria di qualcosa.
Promozione pubblicitaria in senso economico, promozione
pubblicitaria in senso politico, promozione pubblicitaria
in senso culturale, laddove per cultura si intenda un atteggiamento
sotto-culturale in cui tutti vendono tutto. Ma la professione
non è nata per questo. E’ vero, un giornale,
un telegiornale, un giornale radio sono prodotti, però
nascono come servizi. Non posso pensare che si sia tutti
più o meno ricattati da questa situazione. Lo stato
di merce, di prodotto dell’informazione sta ricattando
la condizione di servizio dell’informazione. Non si
può considerare l’informazione alla stregua
di pannolini, di scarpe o di macchine.
Nel suo romanzo, infatti, l’informazione,
e più specificamente l’informazione targata
Rai, non fa certo una bella figura. La “Vecchia fornace”
ne esce con le ossa rotte, tra nepotismo, servilismo e lottizzazioni.
In realtà, nel libro non nomino mai la Rai,
la chiamo “Vecchia fornace” perché, in
questo caso, volevo andare oltre la riconoscibilità
di una azienda oggi. Il problema è culturale e generale.
Il problema è del paese in questi anni. La “Vecchia
fornace”, quindi, rende molto più l’idea
che non la Rai, piuttosto che Mediaset o che altro.
Silvio Berlusconi però viene nominato direttamente,
è riconoscibilissimo e rappresenta la personificazione
del degrado morale e culturale del Paese. Il protagonista
del romanzo progetta addirittura di ucciderlo metaforicamente.
Qual è il significato recondito del “silvicidio”?
Il “silvicidio” significa togliere
il tappo alla bottiglia. Non soltanto per la sinistra che
naturalmente considererebbe la scomparsa di Berlusconi come
un grande vantaggio, sbagliando. Perché se si rimuove
il tappo, bisogna sapere che nella bottiglia c’è
di tutto, quindi deve uscire tutto. Non è che dalla
bottiglia escono i buoni e invece fuori della bottiglia
ci sono i cattivi. Il “silvicidio” significa
sgomberare il campo da questo tunnel, da questo imbuto in
cui ci siamo cacciati ormai da anni, da questo referendum
quotidiano pro o contro Berlusconi. Significherebbe ricominciare
a pensare all’Italia e al mondo con altri occhi, ricominciare
respirare un po’ di aria. Questo paese ha ormai l’aria
viziata.
Quello che Lei chiama il referendum quotidiano
pro e contro Berlusconi è dunque un sintomo lampante
della regressione del dibattito politico in Italia. Può
farci un esempio?
Faccio un esempio lampante, è un esempio
che faccio addirittura agli studenti all’Università.
Ogni anno c’è la relazione annuale del Governatore
della Banca d’Italia. E’ il momento istituzionale
finanziario più importante in Italia. E’ possibile
che io il giorno dopo debba leggere sul giornale della Presidenza
del Consiglio, il giornale del fratello di Berlusconi, il
titolo “Fazio: avanti così con Berlusconi”.
E che debba leggere su “La Repubblica”, il più
letto giornale di opposizione: “Fazio: basta con Berlusconi”.
Vuol dire che l’informazione da questo punto di vista
è finita, perché già nel “titolone”
di prima pagina si dà un’interpretazione. Ormai
l’informazione è considerata munizione da sparare
un esercito contro l’altro. L’informazione che
non serve come munizione, che non è strumentale ad
un utilizzo “contro” non c’è. Nel
caso del deragliamento di un treno si cerca di capire se
il macchinista era del Polo o dell’Ulivo.
E’ questa la “sindrome del mosaico”
di cui soffre l’informazione italiana e di cui anche
il protagonista di Sono strato io si dice affetto?
Il protagonista del romanzo vuole vedere l’insieme,
vuole provare a vedere l’insieme. Se mi si fa vedere
di ogni mosaico solamente una tesserina, magari dandomi
anche l’illusione di sapere tutto (di solito, invece,
non si sa mai niente) e non la si mette insieme alle altre
tesserine il disegno sullo sfondo del mosaico non lo vedrò
mai, quindi sarò indotto a sbagliare. E’ in
questa mancanza del quadro di insieme, e quindi del mosaico,
che si afferma quella sorta di derby destra-sinistra dell’informazione
che sta azzerando culturalmente questo Paese.
L’Italia che lei racconta, però, pare
già “berlusconizzata” prima della discesa
in campo del Cavaliere. La colpa non è solamente
sua, dunque. Dov’è la radice di questi problemi
Se sembra così vuol dire che almeno ho colto
nel bersaglio, o perlomeno mi sono avvicinato. Perché
il mio intento è di raccontare, quindi di dimostrare
raccontando che questo Berlusconi non è nato sotto
un cavolo. E’ stato preparato. La tranche di tempo
che prendo in esame nel libro sono gli ultimi 25 anni, ogni
tanto ritorna nel libro. Cos’è questo quarto
di secolo che torna nelle orecchie? E’ un quarto di
secolo esistenziale, certo, ma 25 anni fa si iniziava anche
ad uscire dal terrorismo ed è allora che sono successe
delle cose, non solo politiche ma nel costume profondo del
Paese: si è preparato un modo di vita che ha previsto
il successo di Berlusconi. Adesso il rischio è che
Berlusconi sia magari alla frutta, che non abbia bisogno
di essere ucciso da me e che si uccida da solo, ma che anche
la gente che prenderà il suo posto avrà una
mentalità “berlusconica”. Questo rischio
è distribuito a destra come a sinistra. A destra
è teoricamente più concepibile, è a
sinistra che fa più male. Se uno prende il posto
di Berlusconi, anche a sinistra, con la stessa mentalità
che ha creato Berlusconi è finita. Diceva Einstein
che non si può pensare di risolvere i problemi con
la stessa mentalità che li ha creati. Bisogna cambiare
mentalità. Ancora adesso per andare in televisione
tutti i segretari di partito, quelli di sinistra compresi,
venderebbero la madre ai beduini pur di avere un minuto
al telegiornale o da Vespa o da Costanzo. E’ proprio
il segno che la mentalità è quella di Berlusconi.
Anzi Berlusconi in proporzione ci va meno, perché
ha capito che in un certo senso li può prendere per
la gola. Il minutino che concede al Tg o le ospitate nelle
trasmissioni sono una sorta di offa, un biscottino per prenderli
per il collo. E questi non lo capiscono, ci vanno contenti.
E’ spaventoso.
Se è così, viene meno la teoria di
Montanelli secondo la quale Berlusconi è un virus
per la società italiana, e in quanto tale deve essere
iniettato in piccole dosi perché si formino gli anticorpi
necessari a sconfiggerlo.
In un certo senso Montanelli non aveva torto, lo
si vede oggi. Ma c’è un piccolo particolare:
lui lo ha detto a novant’anni. A me a cinquant’anni,
o ancora peggio ad un ragazzo di 25, questa teoria fa un
po’ male al cuore, perché nel frattempo si
distrugge il Paese. Berlusconi distrugge se stesso, d’accordo,
ma a che prezzo?
Il sistema informativo che descrive sembra tagliato
addosso all’informazione di guerra proveniente dal
fronte iracheno.
E’ un esempio come tanti, ma uno che ti prende
alla gola. Perché l’Iraq è il segno
dei tempi, è il segno del disfacimento del pianeta.
Neanche se ci fosse un infiltrato da un altro pianeta per
distruggere la Terra sarebbe riuscito a fare tanti errori
tutti insieme.
Nel suo libro si afferma che il passaggio dal proporzionale
al maggioritario ha addirittura peggiorato le cose, le ha
rozzamente semplificate.
Io non dico che il maggioritario sia peggio del
proporzionale, io stesso lo ho sostenuto all’epoca.
Mi ricordo che da Costanzo (allora ancora mi invitavano,
non ero ancora considerato così pericoloso da esser
tenuto fuori da tutto come adesso), la sera o il giorno
dopo delle prime elezioni con la preferenza unica, dissi
a tutti i politici che mi guardavano straniti: “Cercate
di non prendere un abbaglio enorme, oggi hanno votato per
il maggioritario perché non ne potevano più
del proporzionale, considerandolo la causa di tutti i mali”.
Dal proporzionale era scaturita una classe politica indecente,
si era appena usciti da Tangentopoli. Se ci fosse stato
da votare tra il proporzionale e il buddismo avrebbero votato
il buddismo.
Quelle che Lei definisce le notizie “dalla
fonte”, contrapponendole a quelle “dal fronte”
oramai sistematicamente inquinate, sembrano però
una soluzione possibile. Di che cosa si tratta?
Il protagonista del libro, che pure fa il giornalista
ad un certo livello, ha notato che le vere informazioni,
proprio per la sindrome del mosaico, per l’uso distorto
del referendum anche informativo pro e contro Berlusconi,
non le avute dalla Tv e dai giornali, ma le ha avute per
caso. Le ha avute dal contatto con le persone: da un viaggio
in aereo, da una cena, dai corridoi di un convegno, oppure
da una lettera a un giornale. Nel romanzo viene citata una
lettera di un lettore ad un giornale che da sola dice più
di interi volumi sociologici. Ma di questo nell’informazione
non si parla. I giornali non approfondiscono. Se tirano
fuori una cosa oggi, domani forse gli danno, se sembra che
sia vendibile, un approfondimento. Dopodomani è già
sparita. Le notizie dalla fonte sono queste, non solo dalla
fonte del protagonista ma da quella degli altri. Sono notizie
che fanno pensare che forse l’unico modo per recuperare
informazioni, al momento, sia nel rapporto interpersonale,
magari casuale.
Questo tipo di notizie fa pensare ad internet.
Se il giornalismo in Tv e sulla carta stampata non è
più in grado di esercitare quella funzione di critica
della società che gli era propria può continuare
a farlo tramite la rete informatica?
Sì e no. Anche internet sta diventando un
contenitore pubblicitario. Ma se da un lato è un
contenitore pubblicitario, dall’altro rimane comunque
un mezzo libero. La riprova la dà Baghdad. Da Baghdad
un sito come “Dagospia” ha dato più informazioni
che non giornali e televisioni messi insieme. La cosa clamorosa,
che nessuno sottolinea, è che le informazioni a “Dagospia”
arrivavano dagli stessi che non potevano darle ai loro giornali
e alla televisione italiana. Sono notizie dalla fronte elevate
a potenza.
Insomma, Marco Tropea è un piccolo editore,
l’argomento del libro è piuttosto “scomodo”,
come anche il suo autore. Che promozione sta avendo Sono
stato io? Come è stato accolto nell’ambiente?
In un certo senso, il massimo atto di coraggio
dell’editore è stato stamparlo. A questo massimo
atto di coraggio, per il momento, non sono seguiti altri
“coraggini” di tipo promozionale. Lui conta
molto sul passaparola. E il libro sta avendo una sua vita
in questo modo. Certo se non ci fosse la censura nei miei
confronti da parte della Rai, di Mediaset ecc.. sarebbe
tanto di guadagnato. Però, posso pensare che un libro
che fa a pezzi il sistema dell’informazione venga
ben accolto dall’informazione? Non esageriamo. Io
intanto lo porto in giro per l’Italia, mi chiamano
in giro e dove posso vado.
Cosa si aspetta da Sono stato io?
Nonostante tutto sono fiducioso. I mezzi di informazione
sono quello che sappiamo, ma anche all’interno dei
mezzi di informazione si aprono degli interstizi.
Quali sono le strade che restano ancora percorribili
per un giornalista che voglia raccontare la verità?
La verità… la verità è
un concetto relativo, come democrazia e libertà.
Bisogna provare a dire con onestà intellettuale quello
che vedi. Se poi ti sei sbagliato, se sei stato un po’
miope o un po’ presbite cerchi di guardare meglio,
forse hai visto male. Questo dovrebbe essere il nostro mestiere.
Io conto che si arrivi ad un punto di tale saturazione “da
peggio” da dire basta. Nel mio libro faccio delle
affermazioni para-filoisofiche o sub-filosofiche, c’è
un personaggio che dice: “Ma come è possibile,
essendo la vita gratis, cioè inutile, inutilizzabile
se non perché è la vita, costruirci un mercato?”.
Non è oggettivamente possibile trasformare tutto
in mercato. La vita ti dice che non si può fare.
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INFORMAZIONE,
MALE D'ITALIA
da OGGI
7 - inserto settimanale di AMERICA OGGI
A
NEW YORK ANTONIO DI PIETRO E OLIVIERO BEHA LANCIANO UN ATTO
DI ACCUSA CONTRO LA STAMPA E LA TELEVISIONE ITALIANA
Alla Casa Italia Zerilli Marimò della New
York University, in occasione di un incontro con il parlamentare
europeo Antonio di Pietro, è stato presentato il
libro “Sono stato io” di Oliviero Beha. Una
ferma denuncia del giornalista sulle degenerazioni culturali
a monte dell’informazione politica italiana.
Clicca su ciascuna pagina per leggere:
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Ritratto del Belpaese secondo un giornalista scomodo, che
non si inchina ai vip
In
questo mondo di veline. L’Italia secondo Beha
Una avventura fra conduttori e leader politici,
manipolatori e showgirl, conformisti e ribelli
da
Il Corriere della Sera del
6 novembre 2004
“Stretta la foglia”, in realtà, deve
essere un errore di trascrizione di qualche amanuense distratto,
che non capiva il senso di ciò che stava scrivendo.
E’ invece “stretta la soglia” (larga la
via, eccetera), il vero incipit della famosa massima popolare
recitata alla fine di ogni racconto, vero o fantastico che
sia. Altrimenti, si chiede Oliviero Beha nel suo romanzo
Sono stato io, che senso avrebbe?
Ma non è uno scherzo mettere in discussione una massima
così inveterata, addirittura contestandone il senso.
Figuriamoci trovare il senso dell’alluvione di cose
che attraversano la vita. Non è mai stato facile.
Dunque la soglia (e non la foglia), non può che essere
stretta.
Oggi però quella soglia è ancora più
stretta, forse come non mai, mentre il senso delle cose
– viviamo o no nell’epoca della riproducibilità
tecnica illimitata e istantanea di qualunque cosa ? –
è qualità sempre più rara, a rischio
di estinzione. Sono stato io è costruito appunto
su questa progressiva e, sembra, inarrestabile perdita di
senso, che alla fine ci seppellirà – a meno
che non la seppelliamo noi, magari anche con una risata,
come si diceva nella seconda metà del secolo scorso.
E come, alla ricerca di una via d’uscita, progettando
un attentato (metaforico, a forte carica simbolica), pensa
di fare il protagonista.
Dov’è però la vera forza di questo romanzo,
che sconfina virtuosamente in saggio, autobiografia (anche
della nazione), introspezione individuale e collettiva?
Che è un “romanzo politico”, proprio
come diremmo “romanzo storico”. E’ un
romanzo politico nell’accezione più autentica,
perché parla della polis e dei suoi abitanti come
ci si aspetterebbe facesse la politica. Beha nasce giornalista-ombudsman
e non perde mai di vista le situazioni concrete, le persone
in carne e ossa, diffida delle nebbie ideologiche, ultima
quella che ci vorrebbe tutti, disciplinatamente, “o
di qua, o di là”, come i tifosi allo stadio.
E in questo risulta un epigono di quei veri moralisti, come
Leonardo Sciascia, che non avrebbero sacrificato la libertà
di pensiero, l’esercizio della critica, anche quando
il rischio, in realtà un alibi, fosse stato quello
di fare, magari “oggettivamente”, il “gioco
del nemico”.
E’ anche per questa
ragione che i fatti e i personaggi di Sono stato io, a cominciare
dall’autore, sono veri, nel senso che esistono realmente,
e nel romanzo (“opera palesemente di fantasia, naturalmente
realistica”, dice l’ironica avvertenza) interpretano
la parte di sé stessi: Berlusconi fa Berlusconi,
Scalfaro e Scalfari idem, e così via per Prodi-Fassino-Rutelli,
Amato-D’Alema e la loro fondazione, la signora Romena
Anastasia con accento sulla “i”, Giancarlo Paletta
e Miriam Mafai, Giorgio Bocca e il giudice Nicola Magrone,
D’Agostino e il suo sito internet Dagospia, la Rai,
Canale 5 e Costanzo, i giornali e i giornalisti, e persino
le veline, intese come showgirl e come notizie manipolate.
Il mondo raccontato da Beha è quello che abbiamo
sotto gli occhi tutti i giorni e che in qualche modo “impone”
di servire un padrone, o anche più, e magari contemporaneamente.
No, non necessariamente il solo Berlusconi colpevole di
tutto, ma un padrone qualunque, purché si indossi
(e si volti) gabbana al momento giusto. Non averla, la gabbana,
e non volerla indossare, nemmeno quando ha il volto anonimo
del denaro misura-di-tutte-le-cose, significa essere fuori
tempo e fuori luogo, un po’ Zorro (e infatti Beha
faceva con ottimi ascolti Radiozorro e l’hanno segato),
un po’ don Chisciotte e un po’ Pierino sognatore.
Significa essere lasciati soli e magari essere tentati di
fare il processo a sé stessi, chiedendosi “dove
ho sbagliato?”, anche quando non è così,
come accade al protagonista di Sono stato io. Che per liberare
sé stesso, e il Paese da questo senso di colpa, decide
di fare un attentato serio (cioè metaforico: diciamo
di lesa maestà, per non rivelare troppo).
Carlo Vulpio
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Un
bell'attentato per liberarmi dal complesso di Edipo
da
Il Messaggero del 21 ottobre 2004
di Annabella d'Avino
Giornalista, autore di testi teatrali e di poesia, Oliviero
Beha è a decenni un personaggio molto popolare fra
alterne vicende: emarginato perché scomodo oppure
osannato come difensore dei diritti civili per trasmissioni
come “Radio Zorro”. Chi è veramente e
cosa pensa lo possiamo scoprire nel suo ultimo libro: Sono
stato io, un po’ pamphlet, un po’ autobiografia
spirituale.
In
un’Italia dove ormai tutti recitano un ruolo e lo
fanno pure male, si aggira proprio lui, giornalista in crisi
confuso dalla sensazione di aver perso la strada, avvilito
perché non ne vede più nessuna giusta per
un paese dove “tutti, per convenienza o ignoranza,
ci siamo cacciati come in un imbuto nel referendum quotidiano
pro o contro Berlusconi”. Quale può essere
una via d’uscita per risvegliare le coscienze intorpidite
dall’abitudine a servire come sempre e dovunque un
padrone? Forse proprio un bell’attentato contro Berlusconi,
una specie di regicidio, una liberazione dal complesso d’Edipo.
Insomma uccidere il padre della patria, in senso metaforico,
naturalmente.
Fra depressione e ironia, continui dialoghi con
amici, ricordi, riflessioni, domande e dubbi, gettando occhiate
al mondo degradato dall’onnipotenza del danaro, o
immergendosi nelle problematiche dei rapporti padri-figli,
l’autore racconta la nostra realtà presente
e passata. Anzi la scava, la tritura, la compiange, l’irride.
Sotto lo sdegno, dietro la disillusione, c’è
una tristezza tutta intima, privata, per la vecchiaia che
avanza, la propria strada che si accorcia, la vita che se
ne va.
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Delusione
esistenziale in presa diretta
Nel romanzo di Oliviero Beha il protagonista
è un giornalista prigioniero della Vecchia Fornace
Oliviero Beha non ha
certo bisogno di presentazione. Il suo giornalismo è
sempre stato “assoluto”, non ha accettato compromessi.
Ha denunciato il malfunzionamento del Belpaese, l’incapacità
della classe dirigente di programmare lo sviluppo, di “gestire”
i cambiamenti se non in chiave autoreferenziale. E’
quello che in gergo ritrito si definisce un giornalista
scomodo. “Sono stato io” è un libro non
facile (e quando mai?) da definire e incasellare, uno sfogo,
un’esplosione di amarezza accumulata in anni di onorato
servizio.
Beha, come definirebbe il suo libro?
Un romanzo e, insieme, un saggio; con dosi da cavallo di
autobiografia.
Un
romanzo o un saggio?
Mi era stato commissionato un saggio, ma mi è venuto
un romanzo. Questione di saturazione del mercato: per esempio
il genere “giallo” di cui c’è un’inflazione,
così la saggistica mi è sembrata meno interessante
di un romanzo in presa diretta. E, inoltre, anche se può
sembrare poco verosimile, direi che, in parte, è
stato il libro che ha scritto me.
Il libro sembra scritto sul lettino di uno psicanalista.
In parte è una seduta psicanalitica collettiva. Le
chiavi di lettura sono tali solo se in rapporto con una
lettura collettiva funzionale a una drammaturgia. Il simbolo
è l’Edipo/Berlusconi nella psicologia collettiva
degli italiani.
Curiosità:
perché la sede di lavoro del protagonista è
chiamata “Vecchia Fornace”?
Anche questa è una dilatazione metaforica. La Vecchia
Fornace è simbolica. Saxa Rubra (sede della Rai,
ndr) vuole letteralmente dire sassi rossi, il luogo di una
vecchia fornace. Questa è la spiegazione filologica.
Ma oltre c’è il rapporto dei media con la politica,
il rapporto della politica con i media e, infine il rapporto
dei media con il Paese. Ecco che emerge un rapporto insoddisfacente.
C’è l’idea che i giornali, televisioni,
radio eccetera facciano quello che serve a uno o all’altro
schieramento politico.
Un esempio?
Prendiamo la relazione che il Governatore di Bankitalia
fa annualmente a maggio. La notizia non è quello
che realmente dice Antonio Fazio, ma i titoli che poi sono:
“Fazio d’accordo con Berlusconi” e, contemporaneamente,
da un’altra parte “Fazio: Berlusconi vattene”.
Una lettura partigiana dei fatti?
Sì, ma la situazione è molto peggiorata. Con
il passaggio dal sistema proporzionale al maggioritario
si è avvertito un momento di “erezione del
paese”. Ma non è successo nulla. Il maggioritario
è diverso dal proporzionale ma sarebbe stata la stessa
identica situazione se si fosse passati dal proporzionale
al buddismo.
Allora la colpa non è solo di Berlusconi.
Berlusconi è il simbolo di un pertugio nel “cul
de sac” di questo Paese. E’ una sorta di assuefazione
passiva nella quale Berlusconi è entrato come il
burro.
E, come sempre, qui si finisce a torte in faccia.
Sì perché è una recita dove gli attori,
il Paese, i giornalisti e persino la cameriera, tutti recitano
male. Ciascuno interpreta male la sua parte. Siamo solo
stati efferati nello stoppare la meritocrazia.
Insomma, siamo ridicoli?
Beh, basta pensare al conflitto d’interessi: in cinque,
dicesi cinque, anni di governo, il centro-sinistra non ha
fatto una legge sul conflitto d’interessi.
Si è solo sciacquata la bocca?
Non basta cantare l’inno di Mameli, di cui poi si
canta solo la prima strofa, (per evitare parole imbarazzanti)
per cambiare il Paese.
Il trionfo del politicamente corretto?
Politicamente corretto è una formula che muore da
sola.
Cosa si aspetta da questo suo libro?
Che venga dibattuto in modo serio, perché manifesta
il disagio profondissimo di un padre. Vorrei che se ne parlasse
in modo approfondito.
E’ stato lei a scegliere il suo editore Marco
Tropea piuttosto che un grande gruppo editoriale?
Direi piuttosto che è stato Marco Tropea a scegliere
me. Mi aveva chiesto un saggio sulla comunicazione.
E quando ha letto il manoscritto che reazioni ha
avuto?
Ha boccheggiato, e poi ha detto “Va bene”.
E adesso lo promuoverete in televisione?
No, con il passa-parola che è l’esatto contrario
di Porta a Porta.
Nell’ambiente come è stato accolto
il libro?
Con dosi industriali d’indifferenza. Dall’ambiente
solo reazioni superficiali.
Qual è il suo sogno nel cassetto?
Continuare a scrivere in santa pace e agli altri direi:
fatemi fare il mio lavoro che il prezzo l’ho pagato.
A.M. per PuntoCom dell'11 ottobre 2004
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Due domande a Oliviero Beha
da L'espresso del 30 settembre 2004
D. Oliviero Beha, negli ultimi anni lei
è diventato un difensore dei diritti civili tastando
quotidianamente il polso del paese con trasmissioni di servizio
come Radio Zorro e Radio a Colori. Nasce da questa esperienza
il suo romanzo-saggio Sono stato io, che immagina come via
d'uscita al degrado italiano un attentato metaforico contro
Silvio Berlusconi?
R. Viviamo in un clima di referendum
continuo su Berlusconi che produce una depressione culturale.
L'idea dell'attentato è una proiezione del complesso
di Edipo. Tutta l'Italia, nell'uno e nell'altro senso, vive
sulla sua pelle il complesso di Berlusconi. Non resta quindi
che uccidere metaforicamente il padre.
D. Nel libro traspare anche la difficoltà
per un giornalista di svolgere in questo paese un'attività
indipendente. Non esistono, secondo lei, voci libere, capaci
di sottrarsi ai condizionamenti?
R.
Statisticamente esistono. E le trovi più nella carta
stampata che in televisione. I giornali hanno un'identità
più riconoscibile. In TV è tutto più
confuso. Prendiamo un'azienda pubblica come la Rai. Non
si sa mai bene chi garantisce il sistema televisivo. E chi
e con quali criteri debba gestirlo.
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“Eureka! Il re è nudo”. E Berlusconi
pure
Fabio Sebastiani per Liberazione
del 21 settembre 2004
C’è una via d’uscita
da questa lenta agonia dell’autenticità che
viviamo tutti, per una volta almeno tutti racchiusi nel
titolo “nostro paese”, nella Repubblica italiana
che di “seconda” ormai ha solo la fila, la scelta,
l’ordine? Se lo chiede con forza, e senza censure,
Oliviero Beha in questo indefinibile libro dal titolo “Sono
stato io” (Marco Troppa editore, pp. 223, 14 Euro).
Il testo, fresco di stampa, verrà presentato proprio
questa sera alla festa nazionale di Liberazione da Darwin
Pastorin.
Saggio, romanzo giallo, antologia di racconti, libro di
“storia patria”, indagine sociale: forse, più
semplicemente il diario di un dolore profondo nato, come
tutti i dolori in fondo, da un tradimento, o forse mille.
Sociale, collega, amico, compagno di cordata o di partito
nel nostro paese c’è solo l’imbarazzo
della scelta. Si impone una riparazione. E allora, ecco
il cammino difficile e sempre pieno di insidie, dubbi e
ripensamenti, tra il ricordo e la parola futuro, la riflessione
e la soluzione; alla ricerca di ciò che è
bene e ciò che è male nel vivere civile.
Per lui, per il protagonista, così fortemente autobiografico,
c’è il sollievo, e scusate se è poco,
di essere per un attimo l’autore di un “attentato”,
in puro stile no-global, contro Berlusconi. Un gesto da
vero professionista con un calcolo preciso, e deciso, dei
tempi e una modalità di esecuzione del tutto originale.
Tra una metafora e l’altra, Beha ci delizia con il
suo mestiere vero, quello di giornalista, riuscendo a infilare
quasi in ogni riga una storia e una riflessione amara, e
costringendoci a guardare in faccia il mostro: quel sistema
media-politico in cui rappresentazione e rappresentato vengono
fatti coincidere a forza, perché così è
più facile essere in autentici, cioè politici
di questa seconda Repubblica. Tra le altre, va ricordata
una tra le definizioni più penetranti del berlusconismo:
“… che altro era il berlusconismo se non un’abitudine
e una rinuncia insieme, un’abitudine comprata al mercato
solo con denaro o similia, e una rinuncia alla dialettica
comunque dolorosa o dolorante tra ciò che si mantiene
e ciò che cambia al mondo, per l’individuo
o la collettività”.
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Calcio e intrighi in un romanzo appassionante
Beha, solo la verità
Vincenzo
Cito per
La
Gazzetta dello Sport del
21 settembre 2004
Beha, chi? Quello del Camerun. Ma sì, fu
lui a osare mettere in dubbio nel 1982, la regolarità
dell’ 1 – 1 tra la squadra africana e l’Italia
nel Mondiale che poi vincemmo. Il guaio è che si
procurò anche le prove. Fu lapidato per questo, anzi
semplicemente emarginato. “Ricevetti persino minacce
dalla camorra, per gli intrecci malavitosi che avevo scoperto.
Non furono necessari, ci pensarono i mass media a isolarmi”.
Da allora ha scelto altre strade, ma quel viziaccio di scavare
nella realtà non se l’è tolto. Per fortuna.
Nel suo ultimo libro il protagonista è proprio lui,
un giornalista in crisi esistenziale per l’impossibilità
di svolgere il proprio lavoro senza servire un padrone.
E allora decide, come atto dimostrativo, di organizzare
un attentato che scuota la coscienza del Paese. Il resto
è tutto da leggere in un intreccio appassionante
che rappresenta un affresco dell’Italia degli ultimi
venti anni. Tranquilli, c’è anche tanto calcio
perché al carrozzone Beha è rimasto comunque
affezionato. Al punto da consigliarci una ricetta per uscire
dal tunnel. “Qui ci vuole un ricambio dei vertici,
perché c’è troppa gente interessata
soltanto a piazzare i figli. Più che dal Palazzo,
il potere sembra gestito da un residence: sono tutti parenti”.
Ora avete capito perché bisogna leggere “Sono
stato io”. A scrivere la verità sono i perdenti
di successo. I vincenti non se lo possono permettere.
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SONO
STATO IO
OLIVIERO BEHA E’ VIVO E LOTTA INSIEME A NOI: AUTOBIOGRAFIA
POLITICA IN FORMA DI ROMANZO PER SPUTTANARE IL BASSO IMPERO
ITALICO E LE SUE DEGENERAZIONI GENERAZIONALI…
da
www.dagospia.com
[...] Oggi mettiamo in rete un estratto
dal libro che probabilmente pochi avranno il coraggio di
recensire. Perché la vita di Beha è una ricognizione
tra le macerie soprattutto culturali che farà male
a molti tromboni…
Dal risvolto di copertina:
"In un’Italia ipercontemporanea, tanto caricaturale
da sembrare vera, si aggira una strana figura di giornalista
in crisi. In crisi esistenziale, per l’impatto con
la cosiddetta età matura e le difficoltà del
suo ruolo di padre. In crisi professionale, per la quasi
matematica impossibilità di svolgere il proprio lavoro
in condizioni normali, senza servire un padrone. In crisi
politica, stretto com’è - e con lui tutto il
Paese - nel referendum quotidiano pro o contro Berlusconi.
A un certo punto, la svolta. Un amico gli dà il consiglio
giusto, compiere un’azione eclatante che serva da
sfogo a lui e alla nazione: un attentato.
Da quel momento in poi la vicenda si snoda fra l’attesa
e la preparazione, non solo simbolica, dell’impresa
che dovrebbe cambiare tutto, dare un senso alla vita di
chi la compie e della collettività che se ne gioverebbe.
Nella sostanza, Sono stato io è
una ricognizione tra le macerie soprattutto culturali di
un Paese che sta rapidamente regredendo, parte di un pianeta
globalizzato, inaridito dal denaro, che sembra aver smarrito
il senso del futuro, incapace di sopportare sia la guerra
che la pace.
Nella forma è, invece, una sorta di montaggio cinematografico:
come se un regista avesse deciso di girare un film i cui
elementi - la trama, i personaggi, gli scenari - sono calati
nella sua stessa quotidianità, dando vita a un “effetto
realtà” che mescola di volta in volta in dosi
differenti narrazione e riflessione. Difficile, quindi,
decidere se Oliviero Beha abbia voluto scrivere un romanzo
in forma di saggio politico oppure un saggio in forma di
romanzo.
Certo il suo è un libro sincero e “impopolare”,
che fotografa in presa diretta l’Italia che abbiamo
sotto gli occhi, la stampa, la tv, il rapporto padri-figli,
la degenerazione dei costumi e alla fine il gigantesco complesso
di Edipo di un Paese schiacciato dal suo passato e alla
ricerca affannosa di una strada, dritta o storta che sia."
Il romanzo di Beha - in libreria dal 7 settembre
- è stato presentato domenica 5 settembre presso
la festa dell'Unità Nazionale di Genova.
Estratto da “SONO
STATO IO” di Oliviero Beha
Marco Tropea Editore
Si dava in natura, nella natura sociale sbrindellata
ben bene a queste latitudini, un’avvocatessa di grido
di nome Pompilia. Si dava, si dava… Era da anni il
suo avvocato, con l’abbreviativo d’ordinanza
di Lia. Pompilia era solo per le grandi occasioni, o per
i clienti amici di vecchia data, che “l’avevano
vista crescere”. Professionalmente. "Pompilia,
come stai?" le chiese affettuoso specificandole che
dopo qualche minuto
d¹attesa al telefono aveva avuto voglia di domandare,
alla giovane di studio all’apparecchio, di “Pompilia”,
e non di Lia.
"Dài, dài, che oggi ho una rogna bestiale
per la questione Telekom Serbia, raro pasticcio, caro mio,
da qualunque parte lo si prenda. Che vuoi?" fece secca
l’avvocatessa.
"Ti debbo parlare presto. Non posso venire alla fine
dell’orario di studio, stasera? Posso aspettare…"
"No, vado di fretta, ho una cena". Andava in una
bella casa patrizia da una quasi nobildonna triestina, con
codazzo di politici, imprenditori, giornalisti, modelle.
"Sai, ormai il lavoro si fa in posti così"
spiegò dopo una pausa, quasi a giustificarsi.
"Ci vediamo là" sintetizzò lui tagliandole
in bocca parole di piacere come "così possiamo
parlarci con calma." Ma come, con calma?! Li conosceva
anche lui, quei salotti. “Parlarsi”, poi, era
un azzardo logico: là le parole erano poco più
che un rumore di fondo, contava esserci, farsi vedere, sollecitare
associazioni di idee. Che fosse uno spreco, be’, era
chiaro o chiarissimo a quasi tutti, che fosse un set della
recita anche. Però, come mancare? Era lavoro, no?,
nella sua forma più sofisticata. Bisognava timbrare
il cartellino se ti veniva offerta la gratificante occasione
di farlo. E la padrona di casa se era parzialmente nobildonna
era però del tutto una buona persona, che presa da
sola aveva un che di umano.
Già, ma chi riusciva a prenderla da sola? E perché
lei, che montava anche con un certo dispendio di energie
tutta quella panna, avrebbe dovuto smentire se stessa facendosi
prendere da sola? In compagnia, tanto tanto, meglio se di
sponda, appiccicando nell’albo della serata la fuggevole
presenza del politico in voga, la scollatura di una starlett,
le parole patchwork di tre intellettuali cucite insieme.
In discussione era sempre non l’essenza della recita,
ma la sua qualità: Bruto è un uomo d’onore,
recitava Zorro a un antico se stesso assumendo i contorni
mentali e verbali di Catilina presi a prestito da Giorgio
Albertazzi, fate per bene i Cesari, le Cleopatre, i Craxi,
i Crassi insomma. Allenatevi, preparatevi meglio, possibile
che anche da voi non si riesca a cavare molto di più
che un "il pranzo è servito"? Va bene il
basso impero, ma ormai si è fatto infimo, questo
impero: ci manca solo che si mangi male, si disse quella
sera chiamando un taxi perché le case patrizie si
raggiungono in taxi, la storia era precisa su questi dettagli.
Riconoscendo Catilina, il tassista si prese delle confidenze,
confortato dalla disponibilità dell’accertato
rivoluzionario. "Dotto’, lo sa che quando lei
ha tirato fuori quella storia del Camerun, ma sì,
che s’eravamo comprati la partita ai Mondiali del
1982, io l’ho odiata, e glielo dico adesso, dopo più
di vent’anni", e Catilina raggelò per
quella specialissima cronologia che ormai gli stava dando
la caccia dappresso.
"A mia moglie dicevo: me piace tanto quel giornalista,
dice la verità, ma proprio sull’Italia mondiale
la doveva veni’ a di’. Certo, inizialmente pensavo,
anzi mi illudevo coll’artri amici che lei se fosse
sbagliato. Ma che sbagliato! Poi ho dovuto riconosce’
anche con mi’ moglie che c’aveva ragione su
tutto. Era stato, sì, un po’…"
"… temerario" suggerì il passeggero.
"Temerario, sì… Ma c’aveva ragione.
E sa quando ho cominciato a pensa’ che ero stato ingiusto
con lei, dotto’, lo vuol sapere?" chiese perentorio
sporgendosi dietro. "L’autobus" accennò
Catilina.
"Come?" "Stiamo andando contro l’autobus"
indicando davanti. "Ah… Ma no, non si preoccupi"
fece scalando le marce e mettendosi al sicuro. "Scommetto
che non lo può sapere" continuò. "Che
cosa?" si estenuò l’orbo del laticlavio.
"Quando ho pensato che c’aveva ragione lei, contro
tutti, e noi eravamo degli stronzi."
"Eh… diciamo dei tifosi."
"Dei tifosi stronzi. Una volta, non tanto tempo fa,
carico uno con cui mi metto a parlare di calcio, sentivamo
la radio che parla di calcio, delle squadre romane, giorno
e notte. Quello dopo un po’, eravamo nel traffico…
cioè fermi, come adesso, mi dice: “Lei ci va
mai allo stadio?”. “Sì, certo”
dico io “la Roma è una fede, e tutte ‘ste
stronzate” “Sa che cosa è successo per
anni?” domanda lui “fino a una decina d’anni
fa negli stadi, a Roma, chiunque giocasse, a Napoli, negli
stadi di varie categorie professionistiche?” “No”
dico io. “Ha presente l’incasso?” fa lui.
“Certo, e allora?” “Lo sa che per diversi
anni, decine d’anni, regolarmente un paio di volte
a stagione avvenivano strani furti della cassa, ma sì,
tutto quel bel contante, sparito. Mentre le società
di calcio piangevano già allora miseria, poi è
tutto peggiorato, naturalmente. Mi capisce?” “E
chi era a rubare?” chiedo io. “E chi voleva
che fosse?” dice lui “un ladro?” “Sempre
loro” azzardo io.
“Ma certo!” dice lui “glielo potrei provare.
Ma è roba vecchia, ormai, oggigiorno i presidenti
hanno altri sistemi, come legge tutti i giorni sui giornali.
Be’, proprio leggere no, intuire, direi…”
Capito, dottore? E a lei l’hanno messo in croce per
aver scritto le cose che tutti sapevano essere vere"
sospirò.
"Ci siamo, mi pare. Guardi la gente, tutti infiocchettati"
Era proprio così, il tassista non sbagliava. Ma stava
scivolando per la scesa della confidenza. Infatti azzardò:
"Se vuole la riporto a casa, uno come lei qui"
pentendosi subito e facendo un gesto come a dire “scusi,
scherzavo, ho esagerato”. Andiamo bene, adesso anche
il tassista, soprapensò il Catilina serale imboccando
il portone patrizio che introduceva a una sorta di patio
decorato dalle luminarie. Si era in zona Bernini/Borromini,
bisognava esserne all’altezza. Il trionfo della forma:
ma non si era passati dagli artisti agli stilisti agli chef
ai coprofili? Non eravamo in discesa? No, bisognava salire
fino alla terrazza, da cui impunemente godevi tutta Roma.
O mezza Roma?
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Da Sono stato io
di Oliviero Beha
Marco Tropea Editore
Era partito tutto da una partita "inattendibile",
quell'Italia-Camerun a Vigo nel primo turno. A chiunque
annusasse calcio anche solo lontanamente, quel pareggio
maleodorava a un miglio di distanza. Chiacchiere ce ne erano
state molte, ma tutte ufficiose, come sempre o quasi. Poi,
che fosse perché di partite "alla moviola",
eterodirette, ce ne erano sempre state e probabilmente sempre
ce ne sarebbero state, compresa quell'Austria-Germania contemporanea
a Italia-Camerun sistemata per far passare il turno alle
due cugine, che fosse soprattutto perché "a
(grande) sorpresa" gli Azzurri si erano avviati verso
il loro terzo titolo mondiale, con contorno di Spadolini,
Pertini e varia umanità istituzionale, di quella
strana partita non si era più parlato.
Due anni dopo, in circostanze romanzesche e letteralmente
fatali, raccontate in un libro (“Mundialgate”,
a fare il verso al Watergate di Nixon, in confronto per
gli italiani assai meno interessante) sulla cui storia varrebbe
la pena di scriverne un altro, si era trovato alle prese
con i retroscena del "maledetto pareggio spagnolo".
Quindi una lunga inchiesta in Camerun, in Corsica, in Francia,
in Italia, per ricostruire i fatti e appurare se quella
fosse stata una partita regolare e se nel complesso, dai
gironi eliminatori alla finale, quei Mondiali avessero o
no superato la soglia della decenza.
Un'inchiesta giornalistica con tutti i sacramenti, "di
quelle di una volta", pur nell'alone degli addetti
ai lavori che sapevano tutto e a cena lo dicevano pure,
ma ferma restando l'ipocrisia di non scrivere nulla per
"non rompere il giocattolo". Meraviglioso - e
comune - esempio di "colbertismo dell'informazione",
di protezionismo patriottico, di realismo tifoso. E non
l'aveva condotta da solo quell’inchiesta, manco per
idea: si era trascinato dietro un geometrico collega di
un settimanale, e un operatore e un fonico per realizzare
un film di tutto ciò, un reportage che rispondesse
alle prevedibili obiezioni del tipo “l'intervistato
ha smentito tutto”, oppure “il nastro sonoro
può essere stato falsificato”. Be', di fronte
a un monte di immagini sintetizzate poi in due ore di documento,
si era illuso il Nostro, forse sarà difficile negare
l'evidenza.
La storia, già sufficiente in partenza, se comprovata,
a dipanare un discorso sulle partite truccate e il calcio
combinato e corrotto dei primi anni ottanta, peggiorò
strada facendo, e si fece sempre più fosca. Ma non
solo per il contenuto delle indagini, e le responsabilità
e le ombre su tutto il campionato mondiale: in fondo quella
era quasi la parte meno inedita, o meno interessante per
lui, dopo anni di calcio-scommesse e di dintorni poco praticabili,
come del resto in qualunque altro settore di un Paese in
cima alle classifiche planetarie della corruzione (ma dietro
la Nigeria...), come Tangentopoli avrebbe evidenziato non
molti secoli dopo. Solo che il calcio era pensato e gestito
come quel ninnolo che doveva distrarre il fanciullino, e
nel caso il fanciullino tricolore, e se anche quel ninnolo
si scopriva "rotto", il fanciullino avrebbe pianto
di più, come a dire: «Passi per tutto il resto
ma adesso pure il calcio mi rovini?!». No, comunque
non era stato solo questo, c'era di peggio.
E quel peggio era ciò che lo aspettava in Italia.
Dosi massicce di omertà, stratificata a tutti i livelli,
dal potere politico al potere politico-sportivo passando
per i media, perfetti agenti della narcosi collettiva. Nessuno,
per dire, aveva mai voluto vedere il suo reportage.
Scalfari, probabilmente mal consigliato dal conformismo
di una redazione cui veniva spontanea l'adulazione a pelle
d'orso, specie nelle generazioni più giovani, addirittura
aveva rischiato e alla fine meritatamente ottenuto che il
suo inviato ripudiato gli facesse una causa sul diritto-dovere
di cronaca da lui, Scalfari, clamorosamente violato, risarcendolo
poi economicamente ma facendogli attorno terra bruciata
professionale.
Certo, se si pensa che il direttore-fondatore del salotto
stampato più democratico del... quartiere, nell'estate
dell'inchiesta che lui stesso aveva promosso garantendo
al Nostro "estrema riservatezza" (era pur sempre
un suo inviato speciale, no?, anche se su "speciale"
ci sarebbe stato bisogno di ulteriori chiarimenti), se la
godeva in barca con gli stessi da cui dipendeva il pianeta
calcio al massimo livello, non si fatica a comprendere come
l'inviato para-camerunense si fosse cacciato in un groviglio
o in un vespaio, da cui sarebbe stato difficile uscire.
Ci sarebbe voluto un giornale, come diceva sempre Missiroli
quando dirigeva il “Corrierone”. E invece il
giornale c'era, ma non c'era...
Lo Zorro in erba venne messo all'indice, la documentatissima
inchiesta non venne mai fuori, e comunque mai fuori per
bene, e si arrivò al non-sense giornalistico delle
smentite di ufficio di tutti ben prima che si sapesse esattamente
di che cosa si trattava. Certo, se era vero che tutti sapevano
tutto almeno tra gli addetti ai lavori, non c'era davvero
bisogno di aspettare alcunché. Oltre a varie contrarietà
professionali, che qualche spiccio osservatore avrebbe catalogato
come censura tout court, e censura di tipo verrebbe da dire…
berlusconiano tradotto dallo scalfarese, ma non da Scalfari
bensì da Scalfaro, o insomma «se non è
zuppa in certi momenti è sempre pan bagnato»,
memorabile proverbio, altro che «stretta la foglia,
larga la via... », che ormai sapeva essere una gran
cazzata di riporto macchinale, bensì nel suo significato
più pregno, contrarietà che gli fecero perdere
via via sia la firma sul giornale che il posto di lavoro,
ci fu la novità delle minacce di morte...
E sì, perché la storiaccia indagando indagando
aveva coinvolto Michele Zaza, Michele o' Pazzo, il capoclan
camorrista dal cuore malato, sul versante italo-spagnolo.
E un altro camorrista, Bardellino. E affari italo-camerunensi
sul caffè esportato in Italia con sospetto di tangenti,
e le multinazionali della griffe sportiva...
E dalle querele che lui aveva sporto non potendo difendersi
sui giornali, o in tv, o alla radio perché gli era
logicamente inibito dal sistema che si difendeva a morsi,
da questa settantina di querele non era sortito granché:
prendi nomi di spicco come un Brera o un Arpino assolti
dalla diffamazione nei suoi confronti uno perché,
incredibilmente, secondo una Procura «aveva difeso
il buon nome dell'Italia...», l'altro perché,
citando dalla sentenza di assoluzione, «usava un linguaggio
comune al giornalismo sportivo», lui, Arpino!!!, neanche
fosse un biscardo... E via dicendo...
E poi c'era stato il gran capo dello sport italiano che
l'aveva minacciato per telefono, «guardi che lei non
lavorerà più, parli col suo direttore»,
e ancora una memorabile visita che anni dopo zorretto, spacciandosi
per il segretario del segretario di un partito che voleva
verificare le condizioni di salute di un detenuto definibile
orrendamente "eccellente", aveva fatto in carcere,
a Regina Coeli, allo stesso Zaza. Michele o' Pazzo s'era
vantato: «Pertini doveva far cavaliere me, per i Mondiali
vinti, non il mio avvocato», e peccato che il suo
avvocato fosse anche presidente della Federcalcio.
Tutto questo era gradualmente passato più che in
giudicato - perché era rimasto per lo più
"impregiudicato" - in cavalleria, le minacce di
morte si erano diradate per poi cessare, rese evidentemente
superflue dalle minacce di vita, o di professione, che il
milieu politico-pallonaro aveva riservato al Nostro, lasciato
deperire per qualche anno come uno «che si fosse sbagliato...
in buona fede, per carità, poverino, ma non s'era
accorto di essere uscito dal seminato», e che seminato!,
con la montagna di denaro e di vantaggi che quella Coppa
di Madrid aveva significato.
Certo, dopo vent'anni accorgersi che le cose potevano rovesciarsi,
e gli italiani cadere dall'altra parte del cavallo, in Corea,
aveva contribuito a far aprire definitivamente gli occhi,
a far sapere alla pubblica opinione o sub-opinione sia quello
che in realtà già sapevano sia che sapessero
di saperlo: calembour? Ma no, chiedere in giro per conferma...
Possibile che per tutti quegli anni, per l'intiera infanzia
e adolescenza di suo figlio nato alla vigilia di un'indimenticabile
(per i tifosi romanisti) Roma-Liverpool, finale di Coppa
dei Campioni, lui avesse archiviato la storiaccia? Che l'avesse
quasi rimossa come in un banalissimo corso di psicanalisi?
Possibile, possibile, per tre ordini di buoni motivi.
Perché non c'era molto da fare, contro il muro, se
non aspettare che il muro crollasse... E si sapeva a quel
punto che se i padri muoiono i muri cadono. Poi perché
non voleva che la sua vita restasse segnata ancora di più,
per sé e per gli altri, dal famigerato "caso
Camerun", usato contro di lui come fosse una macchia,
e non una smacchiatura, e quindi gli sembrava che sì,
insomma, forse poteva ambire a essere qualcos'altro che
non solo e semplicemente "quello del Camerun".
E infine perché era rimasto colpito al mento, dal
caso Camerun, in chiave editoriale. Ma sì, quello
che era successo a "Mundialgate" proprio non se
l'aspettava, altro che il fuoco di sbarramento dei mezzi
di comunicazione... Era stato ferito seriamente dal "fuoco
amico". Storia istruttiva anche quella, davvero, storia
di un libro mai distribuito e - quindi - mai letto... Forse
se invece del premio odierno gli avessero permesso all'epoca
di illustrarlo là, il libro, nel tempio della Nazionale,
di metterlo in bacheca, con qualche pagina saliente leggibile,
tra un pallone e un paio di calzoncini sponsorizzati...
Ma già, il museo non c'era ancora.
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